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Prossimo alla conclusione di un viaggio impossibile, Kílian Jornet ha osservato l’apparentemente insormontabile monte Rainier, e ha visto poesia. Dopo settantuno vette, ne rimaneva solo una. Ma le bufere di neve avevano coperto il percorso per raggiungerla. Aveva viaggiato per migliaia di chilometri. Si era sentito ogni giorno più forte. Finché Madre Natura gli ha ricordato che lui stava avanzando alle condizioni che lei decideva. Kílian avrebbe potuto concludere il viaggio solo se lei glielo avesse permesso.

States of Elevation era un progetto con una portata talmente grande da risultare quasi indecifrabile. Come se volessimo leggere il font Wingdings. Conquistare ogni cima possibile oltre i 14.000 piedi (più di 4.200 metri) negli Stati Uniti continentali, percorrendo la distanza tra l’una e l’altra in bici. 123 km di dislivello positivo. 4133 km in bicicletta. Nell’arco di un mese. Certo, numeri e parole perdono significato man mano che si allontanano dalla sfera della comprensione umana. Kílian è, molto probabilmente, l’unica persona sulla Terra capace di inventarsi una sfida del genere e perdipiù portarla a termine.

Kílian aveva già realizzato imprese simili. Nel 2023, aveva scalato tutte le 177 cime dei Pirenei sopra i 3.000 metri in soli otto giorni e nel 2024 tutte le 82 vette sopra i 4.000 metri delle Alpi in 19 giorni, stabilendo un primato. Anche in quel caso aveva percorso la distanza tra una cima e l’altra in bici.

Ma States of Elevation è stato un progetto particolare. Kílian ha sviluppato un’attrazione per gli Stati Uniti occidentali durante la sua partecipazione a celebri gare come la Western States Endurance Run e la Hardrock 100. Lì i paesaggi sono più variegati e sconfinati rispetto alle catene montuose europee, che ora sono ben note a uno come lui, cresciuto in un rifugio di montagna sui Pirenei.

States of Elevation avrebbe fatto uscire Kílian dalla zona di comfort in un aspetto fondamentale. L’atleta catalano aveva già collegato altre cime in bici, ma non aveva mai percorso distanze infinite come quelle che separano le catene degli Stati Uniti occidentali. Si è affidato a Trek, chiedendo un supporto con l’attrezzatura: una Madone per i tratti su asfalto e una Checkpoint per le sezioni fuoristrada, entrambe con componenti SRAM. Ma rimaneva la domanda fondamentale: come avrebbe risposto il suo corpo?

Prima che potesse pensare addirittura agli ultimi giorni della sua impresa, Kílian doveva innanzitutto superare la settimana iniziale. States of Elevation ha preso il via in Colorado, che ospita 56 delle 72 vette, e moltissimi tratti di collegamento tosti. L’aspetto peggiore però è che Kílian a malapena ha visto il sole: il freddo e la pioggia hanno tormentato gran parte del viaggio. L’intensità iniziale ha minacciato di interrompere l’impresa di Kílian proprio al principio.

“La prima settimana è stata orribile”, afferma Kílian. “In quei momenti ho pensato che sarebbe stato impossibile finire.”

Ogni giorno dopo il primo sembrava peggiore rispetto al precedente, finché non ha superato Aspen ed è giunto all’Elks Traverse. E all’improvviso ha iniziato a sentirsi quasi a suo agio. “Sembrava che il mio corpo stesse lottando contro tutto: contro l’altitudine, contro lo sforzo fisico. E quel giorno, nella Elks, il corpo ha smesso di lottare e ha iniziato ad adattarsi alle circostanze. E mi è parso come un punto di svolta.”

Piano piano, i giorni hanno iniziato a scorrere uno dopo l’altro. I tratti relativamente brevi da 65-160km in bici che ha percorso in Colorado lo hanno preparato per quelli lunghi dal Colorado alla California, ossia quasi 1450km in cinque giorni per arrivare ai piedi della Sierra Nevada, e poi altri 626km fino al monte Shasta. All’inizio di States of Elevation, vedeva la bici soprattutto come un mezzo per raggiungere un fine: un modo per passare da una scalata a quella successiva con la sola forza del suo corpo. Man mano che macinava chilometri su chilometri nel deserto, Kílian ha iniziato lentamente a innamorarsi anche della bici.

“Prima d’ora non avevo quais mai usato una gravel e durante questo viaggio mi è piaciuto moltissimo”, ha affermato Kílian. “Mi sono divertito molto. Infatti voglio continuare a usarla ancora.”

Forse puoi immaginare quale tra le due bici sia la preferita di Kílian, e non è una critica alla Madone. “Sono due bici davvero fantastiche”, ha affermato. Ma Kílian è un ultratrail runner e atleta di endurance, quindi non sorprende che l’incredibile comfort della Checkpoint lo abbia conquistato. Nel corso della sua impresa, lo hanno accompagnato amici della community di sport di endurance, molti dei quali erano persone del luogo che si sono unite all’impresa di Kílian in sella a mountain bike full suspension e che hanno riso al vederlo su una bici con configurazione classica da gravel. Ma sia la Checkpoint che Kílian si sono mantenuti saldi sui trail più duri. Alla fine di lunghe giornate in sella l’ultrarunner aveva il collo e i gomiti affaticati, ma non ha mai sentito dolori di alcun tipo.

Kílian ha trovato fenomenale anche il modo in cui Checkpoint passava dal trail all’asfalto, ma ha dovuto riconoscere che niente supera Madone in quanto a fluidità e velocità. E, per contro, è rimasto colpito dalla capacità della Madone di mantenere la scorrevolezza anche sui brevi tratti di gravel tra una strada asfaltata e l’altra. 

Proprio questo punto introduce uno dei dati di maggior effetto del viaggio: la totale assenza di problemi meccanici o di forature, nonostante le centinaia di ore di traversata in bici.

“Con il furgone abbiamo forato ben tre volte. Abbiamo avuto qualche intoppo di tipo meccanico alle auto. Ma sulla bici non ho avuto alcun problema meccanico. Non ho mai forato sulla bici”, ha dichiarato l’atleta. “Siamo rimasti sbalorditi.”

È strano pensare che quello che è probabilmente il più grande trail runner di tutti i tempi possa ancora scoprire nuovi lati di sé quando si trova in mezzo alla natura. Conosceva già gli Stati Uniti occidentali. Aveva già pedalato. Nessuno oserebbe dubitare della sua alta soglia di tolleranza allo sforzo e al dolore. Ma States of Elevation è riuscito comunque a superare le sue aspettative. Mentre si lasciava alle spalle il Colorado, la capacità di meravigliarsi è diventato la sua forza motrice. Perfino i punti più difficili del percorso gli suscitavano gioia.

Ore interminabili a pedalare in un deserto che non muta mai potrebbero fare impazzire qualcuno. Ma non Kílian, a cui l’immensità del paesaggio circostante ha generato solo stupore.

“Puoi dire ‘Sì, è noioso perché per tre giorni il paesaggio non cambia mai’. Devi percorrere 150km per arrivare in una cittadina. Ma, per qualche motivo, è proprio questa la bellezza. È tutto così vasto”, spiega. “E poi arrivi in un posto incredibile come la Sierra Nevada: ho trascorso tre giorni su quelle montagne, e in quei tre giorni non ho visto una strada o un insediamento di esseri umani.

“È la vastità delle aree disabitate e dei paesaggi. Sono luoghi straordinari.”

Kílian ha vissuto alcune delle condizioni più dure della sua carriera durante States of Elevation. Tempeste di neve sulla Palisade Traverse, nella Sierra Nevada. “Il vento più forte che abbia mai sentito in montagna” sul monte Shasta, che lo ha costretto ad avanzare carponi per gli ultimi 300 metri della salita per non essere spinto giù dal versante.

Poi il monte Rainier, 31 giorni dopo la partenza da Boulder. Settembre era già finito e ormai era ottobre. I più non proverebbero nemmeno a scalare il Rainier dopo agosto, quando i ghiacciai si sciolgono e si aprono, creando crepacci profondi e imprevedibili.

Kílian non fa parte di quei più, si sa, ma ognuno ha dei limiti. Mentre contemplava l’impraticabilità del monte Rainier, Kílian pensava anche che cosa avrebbe significato raggiungere un’altra vetta. Avrebbe dato al progetto un senso di conclusione, certo, ma non avrebbe dimostrato nulla che già non sapesse sulle sue capacità fisiche. Né avrebbe portato qualcuno a dubitare di lui. Scalare il Rainier solo per aggiungere un numero alle vette raggiunte non avrebbe reso giustizia alla sua missione. Non avrebbe nemmeno esaltato o sminuito la sua esperienza.

“In fondo, l’obiettivo non è raggiungere la vetta”, disse Kílian. “Quest’impresa non è altro che una scusa per entrare in connessione con questi luoghi e con la natura che li rende straordinari. Ossia il loro paesaggio. Come quando ero nel deserto con gente del luogo, mentre parlavamo riuscivo a vedere nei loro occhi perché è così speciale. E lo stesso è accaduto mentre mi trovavo sui ghiacciai.

“Sarei contento se, per esempio, la natura non mi permettesse di passare. … Mi sento forte, ma non dipende dalla mia forza. Dipende solo dalla natura che ti concede l’opportunità di farlo.”

Kílian aveva accettato l’idea di rinunciare al Rainier, se questo era il volere della natura, ma quest’ultima ha ceduto il minimo indispensabile per permettergli di proseguire. Ha camminato nella neve alta a più di 3.000 metri sul livello del mare per portare finalmente a termine States of Elevation il 2 ottobre. Ma, lo ripeto, non è proprio questo il punto.

I numeri sono sconvolgenti. Sono sconcertanti perché non riguarderanno mai persone comuni. E in realtà hanno riguardato solo lui, al punto che lui stesso non ha mai provato a coglierne il significato. Erano solo un pretesto per una ricerca. Una scintilla della ricerca, non il traguardo. Un motivo per riunirsi con Madre Natura nonché andare alla scoperta dei suoi limiti e della sua curiosità, come li definisce lui. 

I numeri possono essere incomprensibili, ma il viaggio compiuto non lo è. In ognuno di noi vive una potente capacità di meravigliarci, che è pronta ad accompagnarci fino a dove Madre Natura ce lo consente.